Archive for the 'letteratura' Category

Elogio al micio

Dedicato alla mia adorata Briciola e a tutti coloro che pensano che il gatto sia un animale egoista:

I gatti sono spontanei, puri (non hanno secondi fini) e non conoscono compromessi, soprattutto in merito all’onesta dei propri sentimenti. “Eccomi” dice il gatto in ogni momento “amami come sono oppure non amarmi affatto”. […] Sembrerebbe esistere una filosofia zen dei gatti: una condizione di totale immersione in se stessi che non è autodeificazione, ma solo l’accettazione di un ordine naturale in cui tutto corrisponde al migliore degli universi possibili, una miscela di pace, tranquillità, sicurezza, pigrizia al sole e gioia di sapere che la vita è bella. E’ una felicità del tutto naturale, al punto che a volte sembra appartenere a un livello superiore. Forse i gatti sono qui per insegnarci questo: a vivere l’attimo in modo così completo, con un tale coinvolgimento che lo faccia durare in eterno”. Da “La vita emotiva dei gatti“, di Jeffrey Moussaieff Masson.

E il privilegio di essere inclusi nel loro universo è una sensazione di gioia impareggiabile.

PS: la colpa per i passati mesi di latitanza è sua.

Storie di ordinaria – e senile- inciviltà. Quando si dice “porta rispetto agli anziani”…

Scrive Fabio Volo nel suo ultimo romanzo “Il giorno in più” (pag. 98):

In coda alla cassa del bar, una signora anziana ha fatto la furba e mi è passata davanti. Quando mi fregano il posto in coda non mi arrabbio più di tanto, ma se è una persona anziana a farlo mi dispiace. Perchè quando fanno i furbi i vecchietti penso che nella vita non è vero che invecchiando si migliora.

Queste righe mi hanno fatto riflettere e hanno dato voce a una sensazione che ho provato varie volte. Può capitare di essere vittima di un’astuta vecchietta senza scrupoli che, infilandosi furtivamente tra le persone in fila, vi frega sotto il naso il posto. Non avevo mai trovato le parole giuste per definire la sensazione che ho provato. L’ha fatto Volo. 

Non è semplice rabbia. E’ qualcosa di più. Una sorta di amara rassegnazione. La delusione derivante dalla presa di coscienza sul fatto che “non è vero che invecchiando si migliora”. Perchè i vecchietti hanno avuto il tempo di maturare saggezza, l’esperienza di capire qual è la cosa giusta da fare. Perchè loro hanno capito che non serve avere fretta.  E da loro proprio non ci aspettiamo questa scheggia di cattiveria. E il mondo ci appare più ostile.

Per fortuna, un altro episodio a cui ho assistito non molto tempo fa mi rincuora un pò. Ero in un cinema di Pisa. Il film stava per cominciare quando ho notato che un gruppo di ragazzini si stava rivolgendo in modo garbato a due signore di mezz’età, chiedendo loro di spostarsi perchè avevano occupato i loro posti (numerati). Ricevendo nient’altro che un rifiuto categorico e sgarbato, i ragazzini, senza clamore né maleducazione, hanno chiamato rinforzi. Il responsabile della sala è intervenuto invitando le due signore a cedere i loro posti. Dopo un’estenuante trattativa, le due hanno lasciato il cinema infuriate, mostrando a tutti la loro pochezza.

Anche quest’episodio mi ha lasciando addosso l’amarezza di cui sopra. Ma ha alimentato in me anche la fiducia nelle giovani generazioni. Se ne dice peste e corna, ma casi come questo dimostrano quanto dei ragazzini educati e maturi siano in grado di insegnare a persone ben più adulte ma con in dote soltanto un’arroganza maturata per anzianità, senza umiltà né rispetto per gli altri.

Perciò preferisco guardare il bicchiere mezzo pieno. Per ogni vecchietto incivile, arrogante e maleducato, c’è un bel numero di ragazzini ingenuamente immaturi ma in gamba, che conoscono l’educazione e il rispetto. Perchè la maturità non è uno scatto d’anzianità, ma qualcosa di più.

Per buttarla sul ridere, nella blogosfera c’è qualcun’altro che ha parlato di questi adorabili vecchietti.

Confessioni di una “puntinista” impenitente

Scrive Beppe Severgnini nel suo divertente e benefico libro “L’italiano. Lezioni semiserie” (pag.91):

“I puntini di sospensione sono utili: esprimono incertezza, reticenza, imbarazzo, vaghezza… Il guaio qual è? Qualcuno esagera. E usa i puntini – tre, non uno di più e non uno di meno – per mascherare atteggiamenti inconfessabili. Forse per questo il segno è tanto popolare, da qualche tempo. Chi sono i puntinisti? Individui che non hanno la costanza o il coraggio di finire un ragionamento. […] Raramente quest’orgia di puntini esprime un pensiero compiuto. Accompagna invece mezze ammissioni, spunti, sospetti, accenni, piccole vigliaccherie. […]

Da dove viene tutto ciò? Credo che la moderna mania puntinista abbia una doppia origine: biografica (per i nati negli anni Cinquanta e Sessanta) e tecnologica (per chi è venuto dopo). […] I giovani connazionali sono stati traviati dalla tastiera del computer. Basta tener pigiato il tasto del punto (.) e i puntini partono come una raffica di mitragliatrice (………..). Sono tanti, facili, rapidi, pericolosi: bisogna schivarli, o sono guai.

Quando ricevo una email iperpunteggiata, so che l’ha scritta un ventenne (“Egregio dott. Beppe……ho aspettato tanto a scriverLe….Avrei….desiderio…di intraprendere….come dire…..la carriera giornalistica, ma al momento mi dedico soprattutto……alla collezione di tappi di bottiglia”). Che dovrei rispondere? Di continuare coi tappi, probabilmente. Sono più colorati e meno pericolosi dei puntini. E nelle email, per adesso, non entrano (neppure come allegati).”

Lo confesso. Faccio parte della nutrita schiera dei puntinisti. Adoro i puntini di sospensione e li piazzo qua e là, rigorosamente a gruppi di tre (il numero perfetto), per allietare un discorso e donargli un che di indefinito. Dal mio cellulare sono giù partiti sms contenenti solo…tre puntini. Queste abusate macchiette nere sono per me una finestra sull’immaginazione, sono allusione, libera interpretazione, sono uno sguardo solare e un via libera alla fantasia. E poi li reputo dannatamente sexy…  Ecco, ci sono ricascata!

I puntini di sospensione possono rappresentare l’ispirazione per un post ma anche lo spunto per una canzone. Morgan canta: “ho deciso di perdermi nel mondo, anche se sprofondo, lascio che le cose mi portino altrove, non importa dove… Applico alla vita i puntini di sospensione che nell’incosciente non c’è negazione…” (sotto il video della canzone).

Che mondo sarebbe senza puntini?!

Ore dieci, lezione di silenzio.

“Una mente silenziosa non vuol dire una mente senza pensieri. Vuol dire che i pensieri avvengono in quella quiete e possono essere meglio osservati. Possono essere pensati meglio.

Mai come oggi il mondo avrebbe bisogno di maestri di silenzio e mai come oggi ce ne sono così pochi. Bisognerebbe averli nelle scuole: ore dieci, lezione di silenzio. Una lezione difficile perchè, sintonizzati come siamo sulla costante cacofonia della vita nelle città, non riusciamo più a “sentire” il silenzio. Eppure, varrebbe la pena provare.

Se da ragazzo mi avessero insegnato la filosofia cominciando col farmi star zitto a chiedermi chi ero, avrei forse finito per capire qualcosa: se non altro che tutte quelle teorie avevano un rapporto con la mia vita ed erano meno noiose di come me le facevano apparire”.

Prendo spunto da questa citazione del libro “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani (altre info su wikipedia), per dare spazio a un piccolo elogio del silenzio. Penso che ritagliarsi degli spazi di silenzio sia vitale per ognuno di noi, perchè solo l’assenza di rumore permette di vedere, sentire e capire certe cose, certe sensazioni, certe vibrazioni. E permette di fare luce su noi stessi. In fondo, i migliori abbracci sono quelli che nascono dal silenzio di due persone.

Ma non siamo solo noi poveri animali cittadini drogati dal rumore ad aver bisogno di silenzio. Anche ai media non farebbe male qualche pillola di silenzio. Emanuele Artibani nel suo blog lo invoca condannando la logica mediatica che fomenta lo scontro tra buoni  e cattivi, la rissa verbale, i processi mediatici.

Invece di concedere lo spazio per capire, i mezzi di comunicazione ci martellano ad esempio con i casi di meningite seminando la psicosi epidemia. E’ la logica del rumore. L’importante è che se ne parli. Meglio se in chiave catastrofica o conflittuale.

Tra i media però quelli di nuova generazione permettono forse un maggiore approfondimento, che si traduce in molteplicità di vedute e chiavi di lettura oltre a offrire la possibilità di ritagliarsi una certa dose di silenzio. Azzerato il volume degli altoparlanti, non rimane che il clic del mouse e il meccanico tamburellare della tastiera. Il rumore più acuto di internet resta forse la sovrabbondanza di contenuti … che al contempo è la sua forza.

E proprio questa è l’analogia con la mente umana. Anche la mente silenziosa è carica di pensieri, così come lo è di contenuti la rete. Il collegamento nasce dal silenzio, che permette di vedere i nodi.

Buon silenzio a tutti.

Ps: chissà se l’ipotetica disciplina scolastica del silenzio supererebbe la matematica in quanto materia ostile da parte degli studenti…