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Confessioni di una “puntinista” impenitente

Scrive Beppe Severgnini nel suo divertente e benefico libro “L’italiano. Lezioni semiserie” (pag.91):

“I puntini di sospensione sono utili: esprimono incertezza, reticenza, imbarazzo, vaghezza… Il guaio qual è? Qualcuno esagera. E usa i puntini – tre, non uno di più e non uno di meno – per mascherare atteggiamenti inconfessabili. Forse per questo il segno è tanto popolare, da qualche tempo. Chi sono i puntinisti? Individui che non hanno la costanza o il coraggio di finire un ragionamento. […] Raramente quest’orgia di puntini esprime un pensiero compiuto. Accompagna invece mezze ammissioni, spunti, sospetti, accenni, piccole vigliaccherie. […]

Da dove viene tutto ciò? Credo che la moderna mania puntinista abbia una doppia origine: biografica (per i nati negli anni Cinquanta e Sessanta) e tecnologica (per chi è venuto dopo). […] I giovani connazionali sono stati traviati dalla tastiera del computer. Basta tener pigiato il tasto del punto (.) e i puntini partono come una raffica di mitragliatrice (………..). Sono tanti, facili, rapidi, pericolosi: bisogna schivarli, o sono guai.

Quando ricevo una email iperpunteggiata, so che l’ha scritta un ventenne (“Egregio dott. Beppe……ho aspettato tanto a scriverLe….Avrei….desiderio…di intraprendere….come dire…..la carriera giornalistica, ma al momento mi dedico soprattutto……alla collezione di tappi di bottiglia”). Che dovrei rispondere? Di continuare coi tappi, probabilmente. Sono più colorati e meno pericolosi dei puntini. E nelle email, per adesso, non entrano (neppure come allegati).”

Lo confesso. Faccio parte della nutrita schiera dei puntinisti. Adoro i puntini di sospensione e li piazzo qua e là, rigorosamente a gruppi di tre (il numero perfetto), per allietare un discorso e donargli un che di indefinito. Dal mio cellulare sono giù partiti sms contenenti solo…tre puntini. Queste abusate macchiette nere sono per me una finestra sull’immaginazione, sono allusione, libera interpretazione, sono uno sguardo solare e un via libera alla fantasia. E poi li reputo dannatamente sexy…  Ecco, ci sono ricascata!

I puntini di sospensione possono rappresentare l’ispirazione per un post ma anche lo spunto per una canzone. Morgan canta: “ho deciso di perdermi nel mondo, anche se sprofondo, lascio che le cose mi portino altrove, non importa dove… Applico alla vita i puntini di sospensione che nell’incosciente non c’è negazione…” (sotto il video della canzone).

Che mondo sarebbe senza puntini?!

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Ore dieci, lezione di silenzio.

“Una mente silenziosa non vuol dire una mente senza pensieri. Vuol dire che i pensieri avvengono in quella quiete e possono essere meglio osservati. Possono essere pensati meglio.

Mai come oggi il mondo avrebbe bisogno di maestri di silenzio e mai come oggi ce ne sono così pochi. Bisognerebbe averli nelle scuole: ore dieci, lezione di silenzio. Una lezione difficile perchè, sintonizzati come siamo sulla costante cacofonia della vita nelle città, non riusciamo più a “sentire” il silenzio. Eppure, varrebbe la pena provare.

Se da ragazzo mi avessero insegnato la filosofia cominciando col farmi star zitto a chiedermi chi ero, avrei forse finito per capire qualcosa: se non altro che tutte quelle teorie avevano un rapporto con la mia vita ed erano meno noiose di come me le facevano apparire”.

Prendo spunto da questa citazione del libro “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani (altre info su wikipedia), per dare spazio a un piccolo elogio del silenzio. Penso che ritagliarsi degli spazi di silenzio sia vitale per ognuno di noi, perchè solo l’assenza di rumore permette di vedere, sentire e capire certe cose, certe sensazioni, certe vibrazioni. E permette di fare luce su noi stessi. In fondo, i migliori abbracci sono quelli che nascono dal silenzio di due persone.

Ma non siamo solo noi poveri animali cittadini drogati dal rumore ad aver bisogno di silenzio. Anche ai media non farebbe male qualche pillola di silenzio. Emanuele Artibani nel suo blog lo invoca condannando la logica mediatica che fomenta lo scontro tra buoni  e cattivi, la rissa verbale, i processi mediatici.

Invece di concedere lo spazio per capire, i mezzi di comunicazione ci martellano ad esempio con i casi di meningite seminando la psicosi epidemia. E’ la logica del rumore. L’importante è che se ne parli. Meglio se in chiave catastrofica o conflittuale.

Tra i media però quelli di nuova generazione permettono forse un maggiore approfondimento, che si traduce in molteplicità di vedute e chiavi di lettura oltre a offrire la possibilità di ritagliarsi una certa dose di silenzio. Azzerato il volume degli altoparlanti, non rimane che il clic del mouse e il meccanico tamburellare della tastiera. Il rumore più acuto di internet resta forse la sovrabbondanza di contenuti … che al contempo è la sua forza.

E proprio questa è l’analogia con la mente umana. Anche la mente silenziosa è carica di pensieri, così come lo è di contenuti la rete. Il collegamento nasce dal silenzio, che permette di vedere i nodi.

Buon silenzio a tutti.

Ps: chissà se l’ipotetica disciplina scolastica del silenzio supererebbe la matematica in quanto materia ostile da parte degli studenti…